
L’Aquila capitale della cultura e la forza dell’identità ritrovata
C’è una parola che ricorre spesso quando si parla di L’Aquila: rimozione. La usò Anna Maria Reggiani nel titolo del suo volume pubblicato da CISU nella collana Il mestiere dell’antropologo — L’Aquila. Una storia interrotta. Fragilità delle architetture e rimozione del sisma — scritto all’indomani del terremoto del 6 aprile 2009, quando ancora era difficile capire cosa sarebbe rimasto della città e cosa si sarebbe perduto per sempre.
Oggi, a diciassette anni da quella notte, L’Aquila è Capitale italiana della Cultura 2026. E il paradosso è solo apparente: una città che ha conosciuto la frattura più violenta — non solo dei muri, ma del tessuto sociale, della memoria condivisa, del senso di appartenenza — è diventata il simbolo nazionale di come la cultura possa essere strumento di ricostruzione.
Oltre i muri: ricostruire un sistema di vita
Reggiani lo aveva intuito con chiarezza quasi profetica: i terremoti non distruggono soltanto edifici. Distruggono sistemi di vita. A L’Aquila, quel sistema era intrecciato tra il capoluogo e le sue frazioni, un reticolo di relazioni, rituali quotidiani, spazi condivisi che il sisma aveva spezzato declassando interi quartieri a “periferia di un centro inesistente”. La rimozione di cui parlava il titolo non era solo psicologica — era anche urbanistica, politica, sociale.
Il progetto L’Aquila Capitale della Cultura 2026 sembra rispondere proprio a questo nodo irrisolto. Non una celebrazione della rinascita — che sarebbe retorica — ma un percorso per rimettere in circolazione energie culturali che la città ha custodito anche nei momenti più bui. Lo ha detto senza mezzi termini chi ha presentato il programma: L’Aquila è «un serbatoio di energie culturali che ha consentito di ricomporre il tessuto sociale, restituendo identità e fiducia ai suoi abitanti». Un cantiere aperto, non una lapide.
Cosa vede l’antropologo dove altri vedono macerie
Il valore del libro di Reggiani — e più in generale dell’approccio antropologico ai disastri — sta nel rifiuto di fermarsi al duro resoconto dei danni. L’occhio dell’antropologa sa che ogni crollo porta con sé una domanda più profonda: cosa si perde quando si perde un luogo? Cosa rimane dell’identità collettiva quando vengono meno i suoi punti di ancoraggio fisici?
Sono domande che non invecchiano. Anzi, acquistano senso nuovo quando quella stessa città decide di trasformare la propria fragilità in una proposta culturale aperta all’Italia intera.
La cultura come cura — prima ancora che come evento
Il 2026 aquilano è pieno di appuntamenti: convegni, spettacoli, mostre, incontri. Ma la sfida più interessante non sta nel calendario degli eventi, bensì nel processo che li sostiene. Quando una comunità usa la cultura non per dimenticare, ma per elaborare, accade qualcosa di raro: la memoria smette di essere un peso e diventa risorsa.
È esattamente quello che l’antropologia studia e che il volume di Reggiani documenta con la precisione dello sguardo etnografico: la capacità umana di abitare le rovine, di raccontarsi attraverso le crepe, di costruire futuro senza cancellare il passato.
Se volete approfondire il tema con gli strumenti della ricerca antropologica, L’Aquila. Una storia interrotta di Anna Maria Reggiani è disponibile nel catalogo CISU, nella collana Il mestiere dell’antropologo.
