Un classico che anticipa i tempi
Dal 17 al 19 giugno 2026 l’Università degli Studi Roma Tre ospita l’VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione (SISCC), intitolato Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti. Il titolo è volutamente brusco, quasi percussivo: un crash, uno schianto, il suono di qualcosa che si rompe. Ed è proprio questa rottura — delle certezze, dei legami, delle narrazioni condivise — il filo conduttore di tre giorni di lavoro scientifico dedicati a capire come le società contemporanee producono, consumano e subiscono i conflitti attraverso le storie che raccontano di sé.
Il convegno muove da una constatazione ormai difficile da ignorare: viviamo in un’epoca in cui le narrazioni non si limitano a descrivere le crisi, ma contribuiscono attivamente a definirle, ad alimentarle o a contenerle. Disinformazione, post-verità, polarizzazione dei media, uso strumentale delle immagini nei conflitti globalizzati — sono tutte facce di uno stesso problema epistemico, che investe le scienze sociali tanto quanto la sfera pubblica.

È in questo quadro che un libro pubblicato da CISU torna a sorprendere per la sua attualità. Scegliere la fabbrica. Scuola, resistenza e riproduzione sociale di Paul Willis — curato da Alessandro Simonicca per la collana Il mestiere dell’antropologo — è uno studio etnografico condotto nell’Inghilterra degli anni Settanta su un gruppo di ragazzi della classe operaia. Willis ne seguì i percorsi scolastici e lavorativi con pazienza e rigore, scoprendo un meccanismo insieme sottile e potente: quei ragazzi costruivano una contro-cultura, una narrazione alternativa fatta di ironia, rifiuto dell’autorità scolastica e solidarietà di gruppo — e attraverso quella stessa narrazione finivano per accettare, quasi liberamente, la destinazione lavorativa che il sistema aveva già previsto per loro.
Il paradosso che Willis mise a fuoco è ancora oggi di straordinaria utilità analitica: la resistenza culturale può diventare strumento di riproduzione sociale. Le narrazioni di conflitto, cioè, non sono necessariamente sovversive — possono consolidare le stesse gerarchie che sembrano contestare. È un meccanismo che il convegno SISCC, cinquant’anni dopo, si trova a studiare su scala globale, amplificato dai social media, dalla crisi delle istituzioni e dalla moltiplicazione delle identità collettive in conflitto.
Scegliere la fabbrica non è un libro facile, né comodo. Ma è uno di quei testi che insegnano a guardare — il che, in fondo, è il mestiere dell’antropologo.
