
Quando il processo si fa spettacolo
Il 26 giugno 2026, a partire dalle ore 9.00, la sede palermitana dell’Università LUMSA — in via Filippo Parlatore 65 — ospita il convegno La giustizia penale tra processo mediatico, mito dell’efficienza e logiche securitarie, promosso nell’ambito del Dottorato in Mediterranean Studies, History, Law & Economics. Un titolo che è già una mappa dei nodi critici del sistema giudiziario italiano contemporaneo: la spettacolarizzazione dei processi, la pressione dell’efficienza come valore in sé, la deriva securitaria che tende a comprimere i diritti in nome dell’ordine.
Il convegno muove da una constatazione difficile da ignorare: la giustizia penale italiana vive oggi in uno spazio pubblico saturo di narrazioni — televisive, giornalistiche, social — che spesso precedono, affiancano e talvolta condizionano i processi stessi. Il “processo mediatico” non è una metafora: è un sistema parallelo di produzione del giudizio, che opera con logiche proprie — velocità, semplificazione, emotività — incompatibili con quelle della giustizia formale. E quando questo sistema incontra le logiche securitarie — la domanda sociale di sicurezza, la pressione politica sull’efficienza repressiva — il rischio è che i diritti fondamentali cedano il passo alla rassicurazione collettiva.
È in questo quadro che Chiuse fuori. Storie di donne rom, fra devianza e discriminazione di Sara Miscioscia (CISU, 2021, collana Romanes) offre uno dei contributi più lucidi e documentati degli ultimi anni. Il libro nasce da oltre quindici anni di ricerca e due anni di etnografia condotta nel carcere femminile di Rebibbia, e affronta una delle forme più strutturali di ingiustizia del sistema penale italiano: la sovrarappresentazione dei Rom negli istituti di pena, prodotta non da una presunta predisposizione alla devianza, ma da meccanismi di esclusione sociale, stereotipizzazione giuridica e antiziganismo diffuso.
Il volume si articola su tre piani complementari. Il primo ricostruisce la genealogia storica dello stereotipo dello “zingaro criminale” in Europa, mostrando come la cultura giuridica abbia incorporato e riprodotto pregiudizi che il diritto avrebbe dovuto correggere. Il secondo restituisce le storie di vita e la quotidianità delle donne rom detenute a Rebibbia: figure che il sistema penale tratta come pericolose e irrecuperabili, ma che l’etnografia rivela spesso collaborative, lavoratrici, profondamente legate ai figli, e detenute per reati meno gravi di quanto l’immaginario collettivo suggerisca. Il terzo piano affronta direttamente il nodo che il convegno LUMSA mette al centro: il ruolo dei media, della politica e della scuola nella costruzione e nel mantenimento dell’immagine pubblica dei Rom come categoria criminale.
È un libro che parla di donne rom, ma parla anche — e forse soprattutto — di come funziona la macchina della giustizia penale quando si incontra con i più vulnerabili: lentamente, con presupposti già scritti, in un sistema che confonde la sicurezza collettiva con l’esclusione di chi è già escluso.

