La cura non si delega agli algoritmi
Il 21 maggio 2026 il Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha ospitato il convegno Intelligenza artificiale, mente e relazioni, un appuntamento che ha messo al centro una domanda sempre più urgente per il mondo della clinica: cosa succede alla relazione terapeutica quando l’intelligenza artificiale entra nello studio dello psicologo?

Non è una domanda astratta. Chatbot terapeutici, sistemi predittivi, algoritmi di valutazione del rischio clinico, piattaforme di telepsicoterapia potenziate dall’IA: gli strumenti digitali si moltiplicano a velocità superiore alla capacità del sistema di regolarli, valutarli e integrarli in modo critico. Il rischio non è la tecnologia in sé, ma la sua adozione acritica in un ambito — quello della salute mentale — in cui la relazione tra persona e terapeuta non è un optional, ma il cuore stesso del processo di cura.
Su questo snodo si concentrano due volumi della Collana CISU di Psicologia, entrambi in qualche modo firmati dal prof. Tonino Cantelmi e dal suo istituto, che affrontano il tema da angolature complementari.
La relazione terapeutica nell’era della rivoluzione IA muove da una constatazione di fondo: l’introduzione dell’IA in ambito sanitario non è un semplice aggiornamento tecnologico, ma un mutamento profondo nella concezione stessa della medicina. Le implicazioni sono etiche, giuridiche, antropologiche e relazionali insieme. Ogni algoritmo incorpora una visione implicita della decisione clinica, e l’uso crescente di sistemi predittivi e robot chirurgici ridefinisce i confini della responsabilità professionale e del rapporto fiduciario medico-paziente. La sfida, secondo Cantelmi, non è fermare l’innovazione, ma garantire che essa non eroda — ma anzi rafforzi — l’umanità della cura.
Il Manifesto sulla salute mentale e l’Intelligenza Artificiale a cura della Consulta delle Scuole Italiane di Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, sposta il piano dal saggio riflessivo al documento programmatico. Di fronte alla pressione crescente di chatbot e strumenti automatizzati, il Manifesto riafferma la centralità della persona, dell’alleanza terapeutica e della responsabilità professionale come criteri non negoziabili della cura, in linea con le direttive dell’AI Act europeo e del GDPR. Non è un testo di resistenza alla tecnologia, ma di definizione dei suoi limiti: un confine etico che il sistema professionale si dà autonomamente, prima che lo imponga una crisi.
Due testi diversi per forma e destinatari — il primo più saggistico e aperto, il secondo più tecnico e prescrittivo — ma convergenti su un punto: la cura è un atto umano, e nessun algoritmo, per quanto sofisticato, può assumersene la responsabilità.
