
Due apostoli, una città, un’identità millenaria
Ogni anno, il 29 giugno, Roma si ferma. Non è una pausa qualunque: è il momento in cui la città riconosce se stessa. La festa dei Santi Pietro e Paolo — patroni di Roma dal IV secolo — non appartiene soltanto al calendario liturgico. È un evento civile e simbolico insieme, che attraversa la storia della capitale con una continuità difficile da trovare altrove. I fuochi sul Gianicolo, la Messa solenne in San Pietro, le celebrazioni al quartiere dell’Eur dove sorge la basilica di San Paolo fuori le Mura: tutto parla di una città che ha costruito la propria identità intorno a questi due nomi.
Pietro e Paolo non erano romani. Il primo era un pescatore di Galilea, il secondo un cittadino romano di nascita ma di origine ebraica, cresciuto a Tarso in Cilicia. Eppure Roma li ha adottati come propri, e loro hanno trasformato Roma. La tradizione vuole che entrambi siano stati martirizzati qui, durante le persecuzioni neroniane attorno al 64-68 d.C.: Pietro crocifisso a testa in giù sul colle del Vaticano, Paolo decapitato sulla via Ostiense. Due morti lontane pochi chilometri, che hanno fissato per sempre il baricentro geografico e spirituale della Chiesa cattolica all’interno delle mura della città.
Ma cosa significa, concretamente, essere la città di Pietro e Paolo nel corso dei secoli? Significa portare il peso di un doppio mandato: quello universale del papato — erede della cattedra petrina — e quello locale del governo pastorale della diocesi, che a Roma non è affidata direttamente al Papa ma a un suo rappresentante, il Vicario. È questa struttura istituzionale, spesso ignorata dai più, a rendere Roma un caso unico nella geografia ecclesiastica mondiale: il vescovo di Roma è il Papa, ma il Papa non può governare direttamente la sua diocesi perché governa l’intera Chiesa. Da qui nasce il ruolo del Vicariato, una figura di mediazione tra la grandezza universale del pontificato e la realtà quotidiana di una città.
È precisamente questo nodo — complesso, affascinante, raramente esplorato nella sua profondità storica — al centro del saggio di Michele Manzo Roma. I papi e il vicario. Dalla grande guerra alla crisi del ’31, pubblicato da CISU. Manzo, studioso di storia della Chiesa e delle istituzioni ecclesiastiche, ricostruisce il rapporto tra il Vicariato di Roma e i Papi nell’arco di un ventennio cruciale: dalla Prima guerra mondiale alla crisi del 1931, che vide l’inasprirsi dello scontro tra Santa Sede e regime fascista sull’associazionismo cattolico. Un periodo in cui la vita religiosa della città non era affatto separata dalla realtà politica e sociale, ma ne era intrecciata in modo profondo — come scrive Andrea Riccardi nella sua presentazione al volume: senza la conoscenza della presenza della Chiesa a Roma, è difficile capire la vicenda stessa della capitale italiana.
Manzo lavora su un vuoto storiografico reale. La storia del Vicariato come istituzione — i suoi rapporti con i vari pontefici, le sue competenze, le sue tensioni interne — è rimasta a lungo ai margini degli studi su Roma novecentesca, schiacciata tra la grande storia ecclesiastica universale da un lato e la storia politica della capitale dall’altro. Il suo saggio colma questo spazio con rigore d’archivio e capacità di sintesi, offrendo uno strumento tanto per la ricerca universitaria quanto per chi voglia capire, al di là della retorica devozionale, cosa vuol dire governare pastoralmente una città come Roma.
Il 29 giugno, dunque, non è solo una data del calendario. È l’occasione per ricordare che Roma porta con sé una stratificazione di significati — religiosi, politici, istituzionali — che nessun’altra capitale europea può vantare nella stessa misura. Pietro e Paolo sono le radici di questa identità. Il Vicariato ne è, da secoli, la struttura portante. E libri come quello di Manzo ci ricordano che questa storia merita di essere letta, non solo celebrata.

