Antropologia della violenza e memoria del Porrajmos
Il 24 giugno, nell’Aula Cervantes del Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali dell’Università di Sassari, si tiene il seminario Antropologia della violenza. Ricerche in zone di conflitto. Tre etnografi — Alexander Koensler (Perugia), Luca Jourdan (Bologna), Pino Schirripa (Messina) — porteranno sul tavolo tre conflitti attivi: Gaza, Odessa, il Tigray. Quest’ultimo, presentato da Schirripa con il sottotitolo significativo di “guerra dimenticata”, introduce una categoria che l’antropologia conosce bene: quella dell’oblio come fatto sociale, come effetto di forze che decidono cosa merita attenzione e cosa può sparire senza lasciare tracce nel discorso pubblico.
L’oblio non è mai neutro. Non lo è nelle guerre in corso, e non lo è stato nelle violenze del passato. È proprio intorno a questa consapevolezza che si costruisce Altre tracce sul sentiero per Auschwitz. Il genocidio dei Rom sotto il Terzo Reich di Luca Bravi (CISU, collana DEA Materiali studi demoetnoantropologici), uno dei contributi più rigorosi alla ricostruzione storiografica del Porrajmos — la parola con cui i Rom indicano il proprio sterminio, avvenuto parallelamente alla Shoah ma a lungo rimasto ai margini della memoria istituzionale europea.
Bravi stima che oltre 500.000 Rom e Sinti furono uccisi durante il nazismo e il fascismo. Eppure per decenni questa persecuzione è rimasta priva di un riconoscimento ufficiale comparabile a quello riservato ad altre vittime dello stesso sistema di sterminio. Il volume ricostruisce le tracce storiche di questa violenza — le deportazioni, i campi, le complicità istituzionali — ma si interroga anche sul meccanismo che ha reso possibile il silenzio successivo: come si produce l’oblio? Chi ne beneficia? Cosa deve accadere perché una comunità che ha subito un genocidio debba attendere decenni per vederlo riconosciuto come tale?
Sono domande che il seminario di Sassari rilancia in forma contemporanea. L’etnografia sul Tigray di Schirripa, quella sui monumenti contesi di Odessa di Jourdan, quella sulle proiezioni e i desideri intorno a Gaza di Koensler: ciascuna a suo modo indaga non solo la violenza, ma i modi in cui viene narrata, selezionata, dimenticata o strumentalizzata. L’antropologia della violenza non è solo lo studio dei conflitti armati — è lo studio di ciò che rimane quando il conflitto finisce, e di ciò che scompare quando nessuno ha interesse a ricordarlo.
Il Porrajmos è, in questo senso, un caso paradigmatico. E il lavoro di Bravi un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia affrontarlo con gli strumenti della ricerca storica e antropologica.

